Un anno di lockdown e per il 65% degli italiani il digitale è frutto di diseguaglianza, ingiustizia sociale e perdita di posti di lavoro

Riporto qui per intero l’articolo di Pier Luca Santoro pubblicato questa mattina su DigitalMente di DataMediaHub. Ne consglio la lettura per capire che cosa è accaduto in questo anno di lockdown e qual è la percezione che gli italiani hanno della rivoluzione digitale.

Esattamente un anno fa avevamo spiegato, dati alla mano come d’abitudine, che il lockdown non stava colmando il cosiddetto digital divide. Al riguardo emergono due ulteriori elementi che contribuiscono a fornire il quadro d’assieme sul tema. Da un lato un PNRR che per quanto riguarda il digitale punta molto sulla parte “hard”, su infrastrutture e quant’altro, e ben poco, o comunque non adeguatamente, sulla parte “soft”, sulle conoscenze e competenze del personale della PA e dei cittadini per far funzionare e per fruire dei vantaggi di tali innovazioni. Come del resto spiega anche Mantellini.

Dall’altro lato gli ultimi dati Eurostat [di]mostrano come, nel 2020, gli italiani di età compresa tra i 65 ed i 74 anni, che hanno utilizzato Internet negli ultimi tre mesi, siano solamente il 45% del totale della popolazione di tale fascia di età. Una penetrazione, ancora una volta, tra le più basse dei Paesi della UE27.

È l’assenza di cultura in generale, e la carenza di una cultura digitale specifica, a generare tale gap. E infatti dalla nostra desk research emergeva con chiarezza come dalle conversazioni online relative a tecnologia e innovazione queste siano indissolubilmente legate alla formazione per poter fruire e trarre vantaggio.

Al riguardo arriva ora la ricerca “Italiani e Sostenibilità Digitale: cosa ne sanno, cosa ne pensano”, realizzata dal Digital Transformation Institute, che fornisce conferme e spunti di riflessione.

Stando ai dati della ricerca, sono ben il 92% le persone che ritengono che il digitale sia fonte di opportunità [anche se il 71% ritiene che se ne debbano comprendere ancora i rischi], ma il 65% degli intervistati sostiene anche che esso è fonte di diseguaglianza, perdita di posti di lavoro ed ingiustizia sociale.

Timori che non a caso crescono con il diminuire dell’istruzione formale e, appunto, relazionati alla competenza digitale dichiarata. Infatti, coloro che vedono lo sviluppo tecnologico come fonte di disuguaglianze sono il 19% di chi ha una laurea e il 24.4% di chi invece ha al massimo la licenza di scuola media superiore. E solo il 5.7% di chi ha buone competenze digitali ritiene che la tecnologia sia una minaccia. Valore che sale al 11% tra coloro che invece hanno competenze digitali basse o molto basse.

Dati che confermano quanto emergeva nell’autunno 2020, con la maggior parte delle famiglie senza accesso a Internet da casa che indicano come principale motivo la mancanza di capacità di utilizzo della Rete [56.4%], e il 25.5% che non considera Internet uno strumento utile e interessante. Dato quest’ultimo che è certamente correlato alla non capacità di utilizzo del Web. Per contro solamente l’1.9% delle famiglie afferma di non avere accesso ad Internet da casa per non disponibilità della banda larga nella zona di residenza”.

Fonti

DataMediaHub
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